Cenni storici di Scanno
Vaghe e oscure rimangono le origini di Scanno, nonostante i ritrovamenti di monete, tombe ed epigrafi attestino la sua esistenza fin dall’epoca romana.
L'orgine del nome Scanno la si fa risalire a scamnum (sgabello) in quanto ai latini il colle del centro storico pareva uno sgabello trovandosi il paese adagiato su un colle circondato da monti più alti, una fantasiosa tradizione lo paragona ad uno sgabello, ovvero scanno. Ma Scannum era un termine che indicava il confine che divideva le centurie in cui un territorio, conquistato dalle truppe romane, veniva diviso e assegnato in proprietà.Il primo documento dove, per la prima volta, viene ricordata Scanno è un atto del 1067 col quale i Conti di Sangro donano a Montecassino tutta la valle del lago con il monastero di S.Pietro, fondato nei pressi di Villalago, da S.Domenico da Sora nel 1017 e distrutto nel sec.XVI.
Come risulta da una lapide romana conservata nel Museo della lana Scanno risulta già abitata in epoca romana, verosimilmente come luogo di villeggiatura di nobili ed altolocati romani. Durante le invasioni barbariche Scanno rimane illesa per la struttura difensiva dei monti intorno il paese, ma durante le invasioni saracena prima ed ottomana poi invece non subì le stesse sorti. In questo periodo Scanno ha delle influenze orientali per il vestito femminile del paese. Infatti il copricapo femminile sembra un turbante, mentre i drappeggi del vestito sono colorati alla maniera orientale.

Durante il Medioevo segue le vicende feudali del contado peligno. Fino all’abolizione della feudalità, promulgata nel 1806 da Giuseppe Bonaparte, il paese fu infeudato a grandi famiglie meridionali. Durante il dominio feudale il Comune, detto allora Università, era organizzato da un governo di annua elezione composto da un Camerlengo, da tre Massari, chiamati anche Sindaci, aventi ruolo di esattori e da otto eletti (attuali consiglieri). Il Feudatario eleggeva un mastro massaro addetto ad esigere le collette e un governatore quale suo diretto rappresenante.
Nel Sei-Settecento Scanno raggiunse la massima floridezza economica grazie al notevole sviluppo dell’industria armentaria che incrementò parallelamente anche quella dei pannilana, casearia e della concia delle pelli. Sul finire del 1600 e nei due secoli a venire Scanno conobbe, grazie ad una fiorente pastorizia, un benessere economico ed una vitalità artistico culturale che raramente si rinviene nei piccoli centri di provincia. La piccola nobiltà e l’alta borghesia svolsero un ruolo di primo piano nella vita culturale del paese, trasformandosi in importanti committenti di notevoli opere di costruzione e di ristrutturazione. Se riflettiamo sullo schizzo che l’abate Pacichelli realizzò nel 1692, notiamo subito come, pur restando inevaso l’originario perimetro murario, ogni spazio, ogni area libera verrà rigorosamente sfruttata. Sorgeranno nuovi palazzi. Verranno ampliandosi quelli già esistenti. Le chiese si arricchiranno di altari e di opere lignee, le strade di eleganti portali, di raffìnatissime e sobrie facciate che, ancora oggi, testimoniano un gusto estetico e una senibilità, che non sembrano affatto risentire del tipico ritardo di provincia. Sulla fine del ‘600 si contava un patrimonio di 130.000 pecore, su una popolazione di 2420 abitanti. I numerosi palazzi padronali e le tante chiese urbane e rurali (14 tuttora esistenti) testimoniano il benessere raggiunto dagli Scannesi i quali gestivano una Taverna per i forestieri (sec.XVII) e due ospizi per pellegrini ed infermi. In tanta fiorente attività agro pastorale non mancarono a Scanno illustri cittadini che la onorarono nel campo delle scienze e delle lettere; ricordiamo Giuseppe Tanturri (1823-1881), medico e autore della prima storia di Scanno; mons. Enrico Carfagnini (1823-1904), vescovo di Gallipoli; mons. Giuseppe Celidonio (1852-1913), storico insigne; mons, Salvatore Rotolo (1881-1969), vescovo di Naziano e poi di Altamura.

E’ tra il 1700 e l’ 1800 quindi che il centro storico assume l’attuale fisionomia, in un processo di armonica fusione tra antico e nuovo. Ci piace parlare di armonica fusione tra antico e nuovo, per sottolineare come l’incontro tra architetture tipicamente medioevali con edifici squisitamente barocchi, lungi dal creare uno stridente contrasto, finisce per evolvere verso uno scenario dalla squisita grazia: quasi un incantevole mosaico, da cui non può sottrarsi tessera, senza che ne sia compromesso lo splendore. Così l’area medioevale, già sede di un primitivo insediamento romano, che si sviluppa fra Sant’ Eustachio e l’Olmo, sede delle adunanze dell’Università e del Comune, può affacciarsi tranquilla a mirare, a sorvegliare la piazza sottostante, dove i Nardozzi curarono il restauro e l’ampliamento della Cappella con l’affresco finissimo della Vergine di Costantinopoli e la famiglia Di Salvo dotarono dello splendido portale, di squisiti cornicioni e trabeazioni incantevoli la casa cinquecentesca, oggi nota come Palazzo Mosca. Ma se, come ogni centro storico, anche quello di Scanno è la risultante di varie stratificazioni di diversi stili, è il barocco, che, incidendo profondamente sulle strutture, finisce per conferire la sua connotazione dominante all’aspetto urbano, mettendo in ombra altri tratti architettonici. Sicché parlare di Scanno è parlare tout court d’arte barocca. Vanno tuttavia sottolineate alcune peculiarità essenziali senza cui la lettura del nostro contesto urbano potrebbe risultare fuorviata. Pur registrandosi, infatti, una vera e propria esplosione di questa corrente artistica, sicuramente favorita da un continuo contatto della nostra gente con la cultura partenopea, per cui, e a buon diritto, qualcuno ha parlato di Scanno come della più borbonica città d’Abruzzo, il barocco qui finisce per connotarsi di specifici caratteri distintivi, di proprie note caratteristiche, tanto da spingerci a parlare, di barocco scannese. Se sono propri di questa corrente artistica, infatti, una ricercatezza, a volte esasperata, una ricchezza di particolari spesso eccessiva, l’uso e l’abuso di elementi, anche superflui, che rischiano di dare origine a una certa ridondanza stilistica, qui da noi, tutto è volto all’essenziale. Finisce per predominare una certa sobrietà, una spiccata essenzialità che, informando di sé ogni struttura, ogni edificio, si presenta come elemento connotativo del genius loci. È la sobria essenzialità di vita degli abitanti che si traduce e si riversa nello stile architettonico, incantando con la sua raffinata ed elegante semplicità ogni visitatore. Il terremoto della Marsica del 1915 distrusse completamente Frattura vecchia. Centro che si spostò nel sito originario col nome di Frattura nuova o semplicemente di Frattura. Durante la II guerra mondiale, Carlo Azeglio Ciampi (cittadino onorario) si rifugiò a Scanno, ospitato da una signora del posto.